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feb
8

Speranza Francesca: “Affermare il sé senza timore”

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Usa l’immagine come arma in “S/oggett/E. Rassegna d’armi d’artiste”. Ecco a voi Speranza Francesca!

Neri i capelli neri gli occhi olivastra la pelle lento il parlare pesate le parole, la chiami Francesca ma si firma Speranza. Come a scuola, prima il cognome? No, le piace proprio “speranza”. Speranza Francesca è la sua firma, continua a firmarsi così oltre ogni obiezione. Ferme le mani acuto l’osservare quasi violento lo scattare. Necessario indulgere nella prima sensazione di lievità, così da poter provare con tutto lo spaesamento del caso quanto Francesca sia d’una bellezza abissale: le sue foto ritraggono l’aldilà della realtà. Nata nel ‘78 a Cisternino (Brindisi), ha studiato Architettura d’interni all’Istituto Europeo di Design a Roma e decorazione dell’Accademia di Belle Arti a Lecce, vive e insegna tra il Salento e Mantova. «Utilizza il digitale senza mai abbandonare la pellicola», racconta di sé in terza persona, «continuando a lavorare in camera oscura. Predilige i forti contrasti, sia nella scelta dei soggetti che nella tonalità cromatica della sue fotografia. Ama la sperimentazione, sia nell’acquisizione che nella stampa delle immagini, in alcuni suoi lavori recenti ha proposto installazioni realizzate con stampa d’affissione in grande formato, in cui la fotografia si relaziona con lo spazio e dialoga con l’ambiente». In “Domestic landscapes”, questo dialogo con l’ambiente racconta le donne, l’interiore conflitto dei ruoli, l’ironia che spesso suscita il tentativo di adeguarsi agli stereotipi della femminilità.

La fotografia è il “tuo” mezzo, anzi tu e la fotografia forse siete la stessa cosa. Ma quando hai detto a te stessa: “sono una fotografa”?
Sono curiosa e un po’ nomade, la fotografia si sposa bene con questo mio modo di essere. È sempre stata presente nella mia vita, a livello intimo, domestico. La memoria fotografica mi affascinava, le immagini aprivano nella mia mente sconfinate fantasie. Poi il momento del distacco, quando sono diventata unica responsabile di quello che accadeva sotto ai miei occhi. Ho iniziato a fotografare in viaggio, tra la gente, le cose della mia vita e le cose della vita degli altri. La fotografia è diventata una parte del mio essere, il mio linguaggio e parte del mio modo di comunicare. È fedele compagna e testimone delle storie della mio presente. È trovarmi in situazioni a volte drammatiche a volte inaspettate, e sentire la necessità di usare la macchina fotografica per congelare quel momento. È una passione forte che invade i miei sensi e che mi porta a tradurre in immagini il reale.

“Forza” e “fotografia”. Raccontaci che legame ci vedi.
Quando si decide di aprire il proprio archivio a qualcuno si sceglie di svelare una parte della propria identità. Questo è rischioso, può non essere inteso oppure criticato. La forza è quella parte del carattere che si deve coltivare per consolidare la propria identità, ciò che ti permette di esprimere con determinazione e senza filtri le costruzioni visive.

IMG_1461Donne e uomini: cosa accade nell’atto del fotografare?
Percepisco differenze in alcune relazioni, vedo sguardi diffidenti. Quando fotografo questa sensazione è più forte. In alcuni contesti la figura di una donna è “fuori luogo”, e lo sguardo degli altri diviene arma inibitoria da cui difendersi. Quando scegli di continuare a fotografare, magari in una situazione pericolosa, oppure drammatica, quell’essere “spudorata” è una trasgressione alle regole di comportamento.

Quali sono le tue fotografe di riferimento?
Difficile tracciare una genealogia esclusivamente al femminile. La fotografia italiana è stata il mio punto di partenza: Gardin, Migliori, Scianna, autori e artisti dallo stile semplice e puro. Poi la fotografia internazionale, quella delle donne: Diane Arbus, Margaret Bourke White, Sarah Moon, Nan Goldin. Poi ci sono le autrici di riferimento: Francesca Woodman, di cui amo la fotografia, lo stile, la scelta dei dettagli e la sensibilità fragile; Ellen Kooi, fotografa olandese che ho scoperto un po’ per caso, in una mostra a Parigi. Nelle sue fotografie ho scoperto un legame forte con il mio linguaggio.

Se dovessi dare un consiglio a te Francesca di qualche anno fa, quella degli “inizi”, quale sarebbe?
Con il tempo ho scoperto che un buon equilibrio e tanta determinazione ti porta a ottenere quello che desideri. Le direi di affermare se stessa senza timore, di essere testarda e di dare il giusto peso alle critiche degli altri. È fondamentale credere nelle proprie capacità e lavorare per ottenere i migliori risultati, ciò che ti circonda spesso ti mette in crisi, ma l’essere in crisi è l’inizio della rinascita.

Che ci dici del confronto con altri “ambienti” artistici, fuori della Puglia?
Non è cosa semplice, è un po’ ricominciare tutto dall’inizio. Ti espone alle critiche, può mettere in discussione il tuo modo di fare e di essere, ma è indispensabile per rafforzarsi e per far maturare il tuo lavoro.

IMG_2315A cosa stai lavorando adesso?
Negli ultimi due anni alcuni eventi hanno cambiato la mia vita. Vivo in Lombardia e mi trovo spesso in giro tra varie città dell’Italia settentrionale e dell’Europa. Il mio essere curiosa e viaggiatrice mi permette di trovarmi in luoghi e in situazioni nuove, a volte border-line. Cerco adesso, al Nord, elementi del territorio con caratteristiche geografiche e antropologiche che soddisfano il mio linguaggio. La serie “Landscapes” si è arricchita di nuovi elementi e di nuove forme espressive. Poi, oltre a continuare a fotografare e cercare nuovi spunti per la mia fotografia, mi concentro sulla post-produzione dell’archivio degli ultimi due anni, per tracciare un percorso omogeneo e coerente della mia ricerca. Continuo a utilizzare il digitale ma, negli ultimi tempi, sono ritornata alla fotografia analogica. Amo lavorare in camera oscura, mi piace la sperimentazione con la luce, l’interazione con i materiali, la sovrapposizione delle discipline, senza regole o cliché. Questo mi permette di portare avanti un percorso puramente estetico, legato al fascino dell’immagine e alla potenzialità del segno.

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(a cura di Loredana De Vitis; immagini per gentile concessione di Speranza Francesca)

dic
19

Ilaria Seclì: “Ci vuole arguzia e ostinazione”

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Usa la parola come arma in “S/oggett/E. Rassegna d’armi d’artiste”. Ecco a voi Ilaria Seclì!

«Sono incazzata e agguerrita, è necessario attrezzare le giovani generazioni di arguzia e ostinazione nella volontà di non svendersi, né per un lavoro né per altro. Proviamo a riformulare le priorità dell’esistenza. Stiamo pagando a carissimo prezzo un progresso di facciata e mortifero, abbiamo barattato la vita con uno stipendio e la gioia dell’incontro con uno schermo. Cominci il tempo della consapevolezza e del cambiamento. E dei diritti: non ultimo, quello a respirare un’aria pulita». Per strappare una cosa così a Ilaria, salentina nata a Ginevra, poetessa di energia stra-ordinaria dentro voce e passi lievissimi, da anni errante tra il nord e il sud di un’Italia che le piace sempre meno, c’è voluta “io sono bellissima”. Sua “Destino al mercato”, una poesia divenuta naturalmente uno dei manifesti del nostro progetto, suo il blog leragionidellacqua che di settimana in settimana con costanza e resistenza ci nutre di forza e di grazia.

Ilaria, il “grande pubblico” – così pare che si dica – ti ha conosciuta per aver scritto “Lo zoo dei proletari”. Una poesia incredibile in sé, figurarsi scritta a 19 anni. Ma ti rendi conto?
Lo zoo dei proletari è un grido, un’alternativa a un atto violento. Nasceva dalla rabbia, dalla volontà di abbattere argini e costrizioni che ammanettano la libertà individuale. Mi riferivo a certi schemi educativi che tendono a “recintare sperando di salvare”, che negano, impediscono, per evitare di. Un processo alle intenzioni di vivere. Pensavo al potere che un individuo esercita nei confronti di un altro individuo limitandone potentemente la libertà. Prima forma astratta di proprietà privata da ostacolare, denunciare, la più subdola, pervicace, pericolosa, i cui effetti sono molteplici e duraturi. Insomma, la storia di una diciannovenne di un’estrema e arretrata provincia che a 11 anni leggeva Leopardi, le Confessioni di Rousseau e I fiori del male di Baudelaire. Ricordo bene che lo scrissi in meno di un’ora, un pomeriggio di primavera. Rileggendolo, penso alla forza, alla ferocia, al coraggio.

Quella è stata la tua prima poesia?
No, la prima poesia credo di averla scritta a 9, 10 anni. Ero sola in casa, fui “presa”. Uno stato di percezione alterata, caotica pienezza. Caos armonico. E l’urgenza di trasferire su carta quel vortice, quell’estasi, quell’ubriacatura, quelle visioni che mi attraversavano e che mi portavano, ricordo, nel “bosco”, una parola che evocava ciò che avrei amato e che avrei visto, per la prima volta, molti anni dopo. Sentivo che c’era altro, altrove, che nessuno aveva educato alla familiarità con un regno invisibile in cui i sensi si affinano, si espandono per esplorare modi, mondi, sentieri misteriosi, sconosciuti. Tutto ciò che nessuno si affrettava a farti sapere, a trasmetterti, a insegnarti. Ciò che è nel prodigio non passa dalla pedagogia, dall’educazione. E ciò che deve compiersi trova sempre il modo, ti trova se ti deve trovare.

La più classica delle domande, te l’avranno fatta mille volte. Rispondi anche questa volta, ma in tre parole: cos’è la poesia?
Una visitazione. La Poesia è l’Inizio, un eterno primo sguardo. Il miracoloso. Più di tre parole, ho sforato. In verità a questa domanda bisognerebbe rispondere col silenzio.

E che cosa ti dà?
Ogni risposta sarebbe riduttiva, come per la domanda cosa ti dà il respiro, aprire gli occhi, stare al mondo?

C’è forza nella poesia?
Sì, una forza di graziaHo posto la mia fiducia nel vivo che non muore.

C’è differenza secondo te, nel fare poesia (o nel creare, in generale), fra donne e uomini?
Non mi interessa il genere di chi scrive ma l’onestà con cui si fa guidare nella scrittura, la ricerca e lo sforzo di perfezionamento, l’assenza di smania di arrivare da qualche parte. Conta l’atteggiamento, che dovrebbe essere di umiltà, come di chi ha la facoltà di ricreare il mondo nello spazio bianco consapevole di essere uno strumento, un medium.

Quali sono i tuoi riferimenti di poetesse e/o scrittrici? Perché?
Amelia Rosselli per la scomposta viscerale grazia, eleganza, per la disperazione fatta bouquet di margherite e chiodi, e offerta. Ecco, Alejandra Pizarnik, figlia dell’insonnia: “Sono stata tutta un’offerta, un puro vagare di lupa nel bosco”. Sua voce di selva e silenzio perfetto. Silvia Molesini, sguardo che vortica spietato sull’ordine imperfetto delle cose. Sonda ruvida tra le fughe del com’è, del cos’è stato e del cosa avevamo pre-visto, canto barbaro di grazie perdute e assenze. E altre a cui penserò tra un secondo. Ah, ecco, Antonia Pozzi, denso dialogo con la natura e il mistero che indica, armonico conversare tra l’assente e il maestoso. Catherine Pozzi la cui conoscenza devo a un libro di Marco Dotti. Catherine, il buio d’oro.

Dovessi dare un consiglio a te Ilaria di qualche anno fa, quella degli “inizi”, quale sarebbe?
A me piccola direi di non prestare orecchio a ciò che sembra più facile, che crea apparenti agi, comodità, di resistere al processo di conformazione che pratica strade meno impervie, di continuare ad avere cura di quello sguardo e di ascoltare ciò che tace e che per altre vie si rivela. Mi direi di non cedere all’ambizione che fa spesso delle cose di poesia palchi da bagaglino. Consigli inutili perché non mi sono tradita, almeno nella poesia.

Il confronto con altri “ambienti” artistici, fuori della Puglia: cosa hai notato?
In qualche caso una maggiore attitudine a fare rete, collaborare. E poi una maggiore valorizzazione anche economica del lavoro artistico.

Hai tre raccolte poetiche nel cassetto. Pensi troverai un modo di tirarle fuori?
Ah, gli inediti… tra cui la creatura più amata e riuscita, “L’impero che si tace”, prose poetico-geografiche scritte viaggiando. Non ho fretta, evidentemente. Aspetto l’occasione/proposta migliore, magari quella che si sottrae al costume imperante di chiedere soldi per la pubblicazione. È un’impresa, lo so, ma non è impossibile. Bisognerebbe trovare modi per entrare nel “sistema”, dice qualcuno, crearsi varchi, anelli, ponti, farsi strada. Ecco, non ne ho né il tempo né la voglia né l’attitudine. Credo ancora nei rapporti umani guidati dalla schiettezza, dalla gratuità, accadono casualmente per rivelarsi poi necessari.

Ilaria Seclì ha pubblicato “D’indolenti dipendenze” (Besa 2005), “Chiuderanno gli occhi” (con Antonio Diavoli, Quaderni di Cantarena, Genova, 2007), “Del pesce e dell’acquario” (LietoColle 2009). Nel 2007, con l’attore e regista Adamo Toma, ha inscenato lo spettacolo teatrale tratto dalla raccolta inedita “La sposa nera”. Sillogi in antologie: “Poeti Circus, i nuovi poeti intorno ai trent’anni” (a cura di Giuseppe Goffredo, Poiesis edizioni 2006), “Il Segreto delle fragole” (a cura di Giampiero Neri e Fabiano Alborghetti, LietoColle 2006), “Sud del Sud dei Santi” (a cura di Michelangelo Zizzi, LietoColle 2013).

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(a cura di Loredana De Vitis)

ott
10

Gianna Greco: “Doppia sfida, doppio gusto”

By iosonobellissima  //  bellissime raccontano  //  No Comments

Gianna GrecoUsa il suono come arma in “S/oggett/E. Rassegna d’armi d’artiste”. Ecco a voi Gianna Greco!

Salentina dell’85, formazione classica, laurea in scienze politiche, ha studiato musica da autodidatta e poi canto e basso read more

lug
17

io sono mia (e non in quel mondo rosa confetto)

By iosonobellissima  //  bellissime raccontano, non ci annoiate!  //  No Comments

Io non ce l’ho con Barbie, anzi una volta ho anche ammesso di invidiarne i capelli perfettissimi e la capacità di fare praticamente tutto, ma quando ho visto in un enorme negozio di giocattoli decine di donne, ragazze, bimbe con gli occhi luccicanti davanti alla sua casa rosa, non ho potuto non alzare le braccia e unire le mani.

Non solo per riderci su e per ribadire che “io sono mia”, ma anche per dire che quel mondo rosa confetto, quei colori sgargianti, quei corpi irreali e quelle vite perfette non sono i miei, non mi rappresentano e non possono essere il modello dominante proposto (o imposto?) a intere generazioni di donne.

Lorenza Valentini

lug
10

lo strettamente superfluo

By iosonobellissima  //  bellissime raccontano, non ci annoiate!  //  No Comments

Pensavo ai peli superflui. Intanto al fatto che li chiamano così. Ci sarà un motivo se sono entrati nella categoria del superfluo. Mmah! Una cosa è certa, i peli di determinate zone del corpo diventano superflui d’estate, un po’ per tutte.

A rigore si dovrebbe parlare quindi di superfluità stagionale. Diviene materia di decisione se non del contendere (come nel mio caso) quando si può andare finalmente a bagnarsi nel mare, che dalle mie parti è sempre più affollato di esseri umani superflui. Oppure anche solo indossare vestiti più leggeri, corti e/o e svolazzanti, di quelli che insomma se hai anche solo un mezzo centimetro di peli fuori posto non fa bello per niente. Poi, davanti alla gente…

Superfluità stagionale non coinvolge tutte nella sua discontinuità, chiaro. Questo lo so anch’io. Ho discreta frequentazione femminile per arrivare a diagnosticare una se pur lieve maggioranza delle stagionali, ecco. C’è chi i peli se li toglie ogni santa volta che la ricrescita lo richiede a una visione più o meno intima oppure più o meno pubblica. C’è chi lo fa sempre per ragioni intime sue. Non saprei dire se lo fa proprio per se medesima, ma insomma diciamo che lo fa per ragioni tutte sue.

Sempre più di frequente vedo intorno a me chi come me in inverno e stagioni limitrofe indossa pantaloni. E allora sì, grossolanamente arrivo a concludere che in natura sono date rare eccezioni di depilatio nel resto delle stagioni. Se si escludono quelle strettamente legate a esigenze di intimità erotico-sessuale, sono per lo più connesse ad eventi esterni, che vanno da frequentazione di piscine, saune o terme invernali, oppure terra terra a quelle di visite mediche per una controllatina all’apparato.

Nel mio caso, quello pilifero è piuttosto esteso e non potrei anche volendo limitarmi a una depilazione a zona. Amo dire che le uniche parti del mio corpo dove sono assenti i peli sono la lingua e lo stomaco. Ovviamente, vado di metafora.

Sul versante erotico-sessuale ho avuto alterne vicende. Di mio non mi depilerei mai o quasi. Punto. Scendo a compromesso solo per amore e altro che ci gira intorno. Una volta feci dono di depilatio di ciuffo di peli su schiena. Non mi era stato chiesto, né direttamente né per traverso. Solo, avevo intuito di avere a che fare con persona aficionada al glabro. Allora mi son detta facciamo questo dono e vediamo cosa accade. Accadde che è accaduto solo una volta e mi è bastato. Male immane sulla schiena e delusione meno dolorosa su altro piano fisico e mentale. Delusa quanto basta per dirmi che per il gioco non era valsa la candela. Quel surrogato di erotico lì non valeva una ceretta. Per cui, ciccia.

Per fortuna, successivamente mi sono imbattuta in chi di quel ciuffo riesce anche a farci gioco. Non parlo di trastullo tipo treccine all’africana. Dico di erotico tutto suo, non sollecitato né intuito da me. Sulle prime ne sono stata spettatrice ignara delle evoluzioni, per via che il tutto accadeva alle mie spalle. Poi sono entrata in gioco e, a parte altro che non vado a dettagliare, non m’è parso vero. Quel superfluo bellissimo era finalmente perfettamente al posto giusto.

Milena Carone
da “pensieri di Imenea” in “strettamente superfluo”

apr
15

riprendo in mano la mia vita: sono bellissima!

By iosonobellissima  //  bellissime raccontano  //  No Comments

E che vi devo dire, ragazze… col pancione sì che mi sentivo bellissima! E dopo? Decadimento puro! O forse no?

Un frugoletto nella culla e la lotta con la bilancia, i carboidrati da eliminare e la frustrazione di non poter allattare: ahhhhhh!!! Ok, mi sono liberata (era un urlo, se non si fosse capito!).

Ricominciamo: mi riprendo in mano la mia vita, mi accetto come mamma imperfetta, mi riscopro donna, moglie, compagna, femmina… bellissima!

Maria Teresa Catanzaro

mar
28

la prima volta che

By iosonobellissima  //  bellissime raccontano  //  No Comments

La prima volta che mi sono sentita bellissima avevo un pancione di nove mesi, il viso macchiato e due salsicciotti per piedi. Gli occhi… però… rivelavano lo stato di grazia che debordava dal mio cuore. Avevano una luce così intensa da illuminare persino una notte buia senza luna.

Sarà la gioia?

Sarà la vita che ti esplode dentro?

Sarà la tenerezza di stringere fra le braccia un piccolo corpicino?

Sarà questa ricchezza interiore che dal cuore attraversa i pori della nostra pelle e ci fa splendere di luce immensa?

No, non è il corpo ma l’anima, che aleggia intorno e fa da cornice a un quadro unico. A un vero… capolavoro!

Carla Angela Palmieri

mar
18

le diete? le conosco tutte!

By iosonobellissima  //  bellissime raccontano, non ci annoiate!  //  No Comments

Nel corso della mia vita ho stressato molto il mio corpo. Per molti anni non mi sono amata, non mi sono vista per niente bella, neanche quando avevo il peso ideale, neanche quando il rapporto massa grassa/massa magra era perfetto. Mi vedevo sempre inadatta. Durante le gravidanze odiavo quel corpo che si gonfiava e mi straformava…

L’ho stressato molto questo corpo con tutte le diete possibili (le conosco tutte!!!), costringendolo a sessioni di ginnastica estenuanti, tutto per quei centimetri che non volevo, per quella cellulite che inesorabilmente spuntava ogni volta che abbassavo la guardia.

L’ho stressato e alla fine lui si è ribellato, non ha risposto più ai miei fanatismi. All’inizio l’ho preso come un tradimento, ma poi ho capito che la traditrice sono stata io.

Non è stato facile accettare il mio peso “naturale”, le “maniglie”, la cellulite… non è stato facile fare tabula rasa di tutti gli stereotipi, i canoni che nel corso degli anni hanno invaso il mio cervello.

Ci sono riuscita con un lungo e doloroso lavoro su me stessa. E ne vado fiera.

Giorni fa per una serie di coincidenze sono venuta in contatto con una mia compagna di studi universitari che non vedevo da anni. Abbiamo deciso di incontrarci e la sua reazione la dice lunga.

“Sai, Enza, non credevo di trovarti così. Sei ingrassata, con i capelli corti (leggi mortificazione della femminilità?, ndr) e grigi (leggi sciatta?, ndr). Non sei la donna che ho conosciuto io!”.

Pausa.

Io ho riso di cuore, per niente turbata dalla sue parole. Mi ha guardata negli occhi e ha detto: “Sei una donna affascinante, Enza sei diventata bellissima”.

Enza Miceli

dic
26

“I knew what I have to do in future”

By iosonobellissima  //  bellissime raccontano  //  No Comments

“Io sono bellissima” torna in Vietnam con Nguyễn Thị Hằng, che ci racconta l’evento del 19 ottobre con parole che ci fanno commuovere. Solo in vietnamita e in inglese. Enjoy!

ago
31

io “posso”: è così che sono bellissima

By iosonobellissima  //  bellissime raccontano  //  No Comments

È curioso, ma è qualche anno che grido alla bellezza di noi donne. E quando la mia cara amica Eleonora mi ha proposto di scrivere questo articolo, è stato come avere finalmente una finestra dove dire tutto quello ho nel cuore. read more