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il dramma della “prova”: ai costumi la mia solidarietà
Poveretti, hanno tutta la mia solidarietà: i costumi ogni anno sono costretti ad affrontare una prova difficilissima. La “prova costume” è dura, me ne rendo conto, ma che ci possiamo fare? Così è la vita!
La mia vita, per esempio, che è in imperfetta e bellissima s/proporzione coi miei fianchi, non ama tutti i generi di costumi. Cosa ci posso fare? La mia vita è fatta così: mi dice sempre “Lore, solo il meglio per noi”. E allora proviamo e decidiamo assieme quali costumi scartare, e così scartiamo i costumi che non ci piacciono e non ci stanno. Non ve la prendete, costumi, non è un giudizio assoluto! Non ci piacete ma non è un dramma! Non ve la prendete, orsù!
La “prova costume” è dura, me ne rendo conto, ma che ci possiamo fare? Così è la vita!
I miei seni, per esempio, in imperfetta e bellissima s/proporzione con tutto il resto, non amano tutti i generi di costumi. I miei seni mi dicono sempre: “Lore, solo il meglio per noi”, e allora proviamo e valutiamo assieme quanto i reggiseni coprono e quanto scoprono e se quello che è coperto e/o scoperto è nel punto che ci piace, se la forma finale ci piace e se rendono merito al nostro essere bellissime.
Insomma, se la forma di slip e reggiseno stanno bene nell’insieme e addosso alla mia vita ai miei fianchi e ai miei seni, se i colori stanno bene sulla pelle, se è tutto ben proporzionato e comodo… allora la prova è superata! Mi spiace per i costumi che non ce l’hanno fatta. Sarà per la prossima volta o per un’altra donna bellissima con forme diverse dalle mie!
Non ve la prendete, costumi! La vita è dura, me ne rendo conto, ma che ci possiamo fare?
Per non lasciarvi senza speranza, un consiglio: la “prova costume” è influenzata anche da fattori umani… vicini a voi. Insomma, fatevi amiche le commesse.
Sentite cosa è successo a me durante la “prova” di quest’anno:
- Che dice, dovrei scegliere degli slip più alti?
- Ma no, perché? Sta benissimo!
- Infatti, gliel’ho chiesto tanto per.
E infatti anche quest’anno ho un nuovo costume. Bellissimo.
Sorrisi
, Loredana
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le diete? le conosco tutte!
Nel corso della mia vita ho stressato molto il mio corpo. Per molti anni non mi sono amata, non mi sono vista per niente bella, neanche quando avevo il peso ideale, neanche quando il rapporto massa grassa/massa magra era perfetto. Mi vedevo sempre inadatta. Durante le gravidanze odiavo quel corpo che si gonfiava e mi straformava…
L’ho stressato molto questo corpo con tutte le diete possibili (le conosco tutte!!!), costringendolo a sessioni di ginnastica estenuanti, tutto per quei centimetri che non volevo, per quella cellulite che inesorabilmente spuntava ogni volta che abbassavo la guardia.
L’ho stressato e alla fine lui si è ribellato, non ha risposto più ai miei fanatismi. All’inizio l’ho preso come un tradimento, ma poi ho capito che la traditrice sono stata io.
Non è stato facile accettare il mio peso “naturale”, le “maniglie”, la cellulite… non è stato facile fare tabula rasa di tutti gli stereotipi, i canoni che nel corso degli anni hanno invaso il mio cervello.
Ci sono riuscita con un lungo e doloroso lavoro su me stessa. E ne vado fiera.
Giorni fa per una serie di coincidenze sono venuta in contatto con una mia compagna di studi universitari che non vedevo da anni. Abbiamo deciso di incontrarci e la sua reazione la dice lunga.
“Sai, Enza, non credevo di trovarti così. Sei ingrassata, con i capelli corti (leggi mortificazione della femminilità?, ndr) e grigi (leggi sciatta?, ndr). Non sei la donna che ho conosciuto io!”.
Pausa.
Io ho riso di cuore, per niente turbata dalla sue parole. Mi ha guardata negli occhi e ha detto: “Sei una donna affascinante, Enza sei diventata bellissima”.
Enza Miceli
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signori, questa si chiama carne!
Questa mattina sono allegra, salterello in centro talmente felice che se nella mia città ci fossero i monti probabilmente mi sorriderebbero. Crogiolandomi nella gioia di aver comprato le cozze al mio coinquilino tarantino, avverto impellente la necessità di acquistare dei jeans nuovi. Entro in un negozio, mi attirano i saldi. Nel negozio ci sono due commessi, e questo mi ben dispone essendo le commesse che conosco molto inclini al finto giubilo e allo stalking markettaro (gridolini enfatici: anche un jeans annodato in testa a mo’ di turbante “Le sta divinamente!”). Quasi quasi mi convinco: è la mia giornata fortunata, mi avvicino a uno dei due e chiedo gentilmente di provare qualche jeans.
Che taglia, signorina?
Una M, per favore.
I commessi cercano con un’espressione tanto concentrata che sembrano alla ricerca del Sacro Graal dei Jeans. Dopo un po’, con passo settecentesco si avvicinano al mio camerino con una pila di jeans per uno.
Allora, signorina, le abbiamo preso alcuni modelli, tutti diversi tra loro. Abbiamo ritenuto che una S fosse più adeguata.
A quel punto cerco di spiegare: una S non mi entrerà nemmeno ungendomi di olio le chiappe! Il mio coinquilino chiama il mio culo ‘Sua Maestà’, incute timore quando si muove! Niente da fare, i due insistono e mi convincono. Pofferbacco, proviamo questa S. “Che carini”, penso, “anche il massaggio all’ego, tenerelli”.
Mi spoglio e guardando la taglia 44 abbondante dei pantaloni che mi tolgo torno a essere titubante sulla buona riuscita dell’esperimento. In caso di vittoria, manderò comunicato all’Ansa: sono quasi pronta a sentirmi una culosecco. Ok, le caviglie sono entrate. Arrivo alla fine del polpaccio e già il tessuto inizia a darmi ineluttabili segni di rifiuto. Non demordo, è quasi una sfida con me stessa e poi non posso deludere la convinzione dei due commessi un po’ retrò. Tiro, tiro, tiro. “Se alle giraffe preistoriche si è allungato il collo a me si stringeranno le chiappe!”. Niente, il jeans non arriva a metà coscia. Chiedo ai commessi di sostituire le graziose S con delle adorabili M.
Signorina, provi gli altri! Questi in effetti vestono stretti ma gli altri le calzeranno a pennello.
Si apre il sipario della mia tortura e dopo un paio di jeans che si rifiutano di ‘calzarmi a pennello’ torno a insistere.
Fidatevi o qua perdiam tempo: datemi una M!
Signorina, lei ha una percezione distorta delle sue dimensioni.
Inizio a essere turbata dai due tizi, forse sono in una qualche macabra candid camera. Tento l’approccio con l’ennesima S, ovviamente non si abbottona neppure. Decido che, forse, visto quanto hanno preso a cuore la mia presunta magrezza, è il caso di uscire dal camerino e mostrar loro la strabordante abbondanza delle mie maniglie dell’amore.
Ma, ma… Signorina!
Che c’è, che ho fatto?
Vede? Avevamo ragione, le stanno benissimo!
Buon cielo, no!, adesso inizio a sentirmi presa in giro: o questi signori bevono spremuta di funghetti allucinogeni a colazione o hanno trovato in me la vittima ideale della loro infida stronzaggine. Opto per la seconda ipotesi e indispettita mostro ai signori come le cuciture di quel paio di jeans siano in procinto di esplodere e un forte impeto “fat-proud” mi riempie il cuore di speranze.
Signori, osservate: questa si chiama carne. E questa carne non ha intenzione di compattarsi in una maledetta S!
Funerei in volto, quasi offesi, si dirigono verso gli scaffali alla ricerca di – hallelujah! - una M. Finalmente il mio deretano ha lo spazio vitale per esprimersi liberamente e io inizio a sentirmi un po’ meno un insaccato. La perversione sadica dei due commessi mi ha però persuasa a non comperare nulla. Esco dal camerino con la mia busta di cozze e… cade tutta l’acqua per terra. Accidentalmente, s’intende.
Oh no, signorina!, la puzza non se ne andrà per giorni!
Ma come? Questo è profumo di mare!
Profumo?
Certo, quest’acqua profuma com’è vero che io indosso una S!
Sgancio un sorriso perfidamente odioso e, ringraziando della pazienza, me ne vado sculettando. Buona giornata, cari! Del resto il mio coinquilino tarantino lo dice sempre: “Te c’hai il culo a betoniera e al posto del cemento c’hai la cattiveria”.
Armenia Cotardo
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non sono irritabile io, mi irriti tu
L’estate è dura. Molto. Devi esserti preparata per la “prova costume”. Bisogna cominciare a darsi da fare due, tre mesi prima. Pancia e sedere devono essere a posto. Bisogna essere toniche. I seni… eh, i seni! Poi per le “ritardatarie” ci sono sempre i metodi veloci, quelli dell’ultimo momento. Gli integratori. Quelli che ti fanno passare la fame. Perché poi… che t’importa se perdi peso e va tutto giù? Che t’importa delle proporzioni? Bisogna prima di tutto dimagrire. L’estate è dura. Molto. Una prova di resistenza a tutta questa noia.
Ora, nella noia infinita soprattutto della pubblicità, c’è una noia più noiosa delle altre: quella dello spot dell’integratore che contrasta “l’aumento di peso” e, attenzione signori e signore!, “l’irritabilità”. Risultato: “sei di nuovo tu”.
Osserviamo un minuto di silenzio per la visione di queste vette.
Ok, adesso provo a commentare educatamente.
Sono “di nuovo io” in che senso? Se sono “grassa” sono anche “irritabile”? Grassa come? Vediamo… quanti etti avrò preso la settimana scorsa? Due? Ohmmiodio! Sarà per questo che ti ho risposto male quando sei stato scortese? Ma guarda! Davvero?
Dai, ve lo spieghiamo per bene: non è che siamo irritabili, ci irritate voialtri.
Ah quanto m’annoia questa roba. Parecchio.
Loredana
10
se lo dico io possiamo dirlo tutte
Io sono bellissima.
È un’affermazione.
Una certezza.
Ci sono arrivata costruendo un progetto che si chiama proprio così – “io sono bellissima” – e che deve molto alla campagna “Immagini amiche”. Tutto è cominciato soltanto tre anni fa, eppure se mi guardo indietro e confronto quello che ero con quello che sono mi pare d’esser cresciuta tantissimo, come fossero passati dieci anni. Riesco a descrivere questa “costruzione” solo nei termini di una gran fatica, un grosso magma che avevo bisogno venisse fuori da qualche parte.
Tutte le esperienze vissute e ascoltate sul peso delle aspettative del mondo rispetto al corpo mio e delle donne che conosco le ho sentite, a un tratto, come un peso insopportabile. Guardando le “immagini nemiche” pensavo a quanto mi pesavano. Pensavo alle “battute” di certi uomini e pensavo quanta fatica avevo dovuto fare per smontarle e riderci su. Pensavo al tormento delle diete dimagranti, a quello del dover stare continuamente attente a cosa mangiare, a quello delle privazioni, alle fatiche fisiche tanto diverse da un po’ di sano e piacevole sport. La pelle, i brufoli, la massa grassa la massa magra, la cellulite, i peli, i seni che dopo qualche anno vanno giù per forza. L’ansia della “perfezione” per come ce la propinano e che, ovviamente, cambia continuamente. Per cui se magari a 35 anni ce la fai, arrivano i figli e non ce la fai di nuovo, e se poi ce la fai di nuovo arriva la menopausa e non ce la fai di nuovo per la terza volta. E se magari t’ammali a 20, 30, 40, 50 o 80 anni proprio non ce la fai in ogni caso. Ma magari non ce la fai, come per me, perché le tue cosce sono fatte così, cicciotte all’attaccatura. Sono così e basta. Oppure c’hai la colite, solo quella. Non sei ingrassata e non sei incinta. C’hai solo un po’ di colite. Per non dire dell’infinito altro su cui un sacco di gente pensa di poter avere un’opinione da comunicarti e che dovrebbe risultarti rilevante. Fatevi gli affaracci vostri!
Ecco, a tutto questo ho provato a rispondere con una “strategia” ed è nato “io sono bellissima”, una narrazione in forma di mostra per immagini e parole su un percorso personale di “liberazione”. Ho elaborato dolori atroci e tremende incazzature, con ironia e sarcasmo sono partita dal mio corpo. Il mio, non un altro. Perché se volevo dirmi “femminista” questo era l’unico modo possibile. È così che, tavola dopo tavola, tra foto di me e di parti di me e battute sugli stereotipi e su quanto siano noiosi, propongo a ogni donna un modo per riappropriarsi del piacere di dirsi davanti allo specchio e con orgoglio a chiunque “io sono bellissima”. È autodeterminazione, questa, secondo me. Non basta dirsi vicendevolmente tra donne “stai benissimo, sei bellissima”, cosa che è spesso solo tristemente consolatoria, figurarsi aspettare che lo dica qualcun altro. C’è bisogno di un cambio totale di punto di vista: in inglese spiego “first: I, then: you”. Come ho detto: deve diventare un fatto, una certezza. Io sono bellissima.
Beh, pare che la cosa funzioni. Gli scatti originali, che ho poi personalmente tagliuzzato ed elaborato con i testi, sono opera della mia amica Susanna Tornesello. Per scelta non una fotografa professionista, ma un’appassionata di fotografia con un po’ d’esperienza e uno “sguardo” molto interessante. Quel pomeriggio me lo ricordo benissimo, ci ho messo un po’ per sentirmi a mio agio davanti alla macchina fotografica. Poi l’esperienza si è rivelata divertente. Quando abbiamo finito, sedute davanti a un caffè, ho visto Susanna sorpresa, molto sorpresa. Ha detto qualcosa del genere: «Ho fotografato tante, tante donne, ma è la prima volta che mi capita di scattare senza sentire una sola richiesta di nascondere, mascherare o migliorare qualcosa». Vero. Nessuna richiesta di questo genere. E successivamente nessun ritocco “elettronico”: ci si avvicina alle tavole e si vede tutto. Peli, cellulite, pancia. Così. Tutto bellissimo, ve lo garantisco. Per questo le donne ridono e magari comprano pure l’adesivo che ho fatto stampare: c’è scritto, appunto, “io sono bellissima”. Mettetelo sulla macchina!, dico sempre, o se sulla macchina è troppo per cominciare… l’agenda!, mettetelo sull’agenda!
La mostra è stata prodotta con un processo di finanziamento dal basso e – grazie a piccoli contributi (economici e professionali) di donne e uomini – ai dieci pannelli fotografici ho affiancato il sito www.iosonobellissima.it, che dà conto dello sviluppo del progetto ma soprattutto vuole raccogliere testimonianze – in diverse lingue non solo europee – di donne che hanno fatto/desiderano fare un percorso similare o che si sono ri-trovate nella “strategia” proposta.
È così che il progetto va avanti, per “tessiture” potremmo dire, curando rapporti tra donne, una per una. Con Annarita Del Vecchio, per esempio, cerchiamo contatti nelle aree di lingua spagnola e con altre studiamo modi per diffondere nei paesi europei questa “strategia” che troviamo prima di tutto divertente. Per farla breve mi muovo, voglio continuare a muovermi con questo progetto e spero che anche il laboratorio Donnae possa essere un “nodo” della tessitura. Un risultato importante: foto, testi e racconti vengono da qualche mese anche dal Vietnam. Lo considero un evento straordinario, a maggior ragione perché arrivato a meno di un anno dal lancio del progetto. È accaduto che Alessandra Chiricosta, filosofa e storica delle religioni, s’è appassionata e ha avuto l’idea di “declinarlo” per il Vietnam e la cultura vietnamita che lei conosce molto bene. E così, a ottobre, sarò ospite dell’Ambasciata italiana ad Ha Noi con la mostra. Assieme a me ci saranno le donne vietnamite che in questi mesi hanno presentato testimonianze nell’ambito di uno speciale “contest” lanciato per l’iniziativa. Tutto bellissimo, ancora una volta.
Vi lascio con due aneddoti.
Certe volte le donne sono, oltre che divertite, “turbate” dall’idea. E allora…
Io sono bellissima e anche tu.
Non è vero.
Basta dirlo. Se lo dico io possiamo dirlo tutte.
Come?
Fregatene. Dillo e basta.
Gli uomini sono, invece, invariabilmente curiosi e se n’escono spesso con sorrisi di cortesia.
Io sono bellissima.
Beh…
È un’affermazione. È un fatto.
Mah…
Non ti chiedo approvazione.
Ah no?
No, guarda meglio. Ancora meglio.
Perché?
Ci puoi arrivare anche tu.
Loredana
[originariamente scritto per Laboratorio Donnae - laboratorio di ricerca sul pensiero e sulla rappresentazione che le donne si danno in politica]
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il colore dei miei capelli è banale? sei bello tu!
L’estetista da cui sono capitata per caso (non frequento la categoria): la pulizia del viso è fondamentale, poi viene tutto il resto. E giù un’ora di noia e accanimenti.
Un parrucchiere da cui non vado più: dovremmo cambiare, il colore dei tuoi capelli è banale. Sei bello tu, ho pensato. E i capelli bianchi? Come dice la mia amicasorella, fanno un po’ “sciatta” – e questa è l’unica cosa su cui sono d’accordo, per ora –.
Un’amica psichiatra, tanti anni fa: perché ti sei tagliata di nuovo i capelli? Intendendo, come tutti e tutte: perché mortifichi la tua femminilità?
a) Perché per gli standard correnti ne ho sempre avuta poca: piatta di seno e, come disse un’insegnante del liceo, “maschia” di mente. All’epoca non apprezzai ma adesso sì.
b) Perché togliere mi piace più che aggiungere, e in questo potrei essere votata all’anoressia e invece sono stata per anni una bulimica normopeso (ma qui c’entra col fatto che oltre a patire il pieno e il troppo patisco essere notata, e le anoressiche, ahimé, si vedono da cento kilometri).
c) Perché non riesco a regalare alle bimbe dei miei amici le casette, le bambole e i vestitini, ma mi incanto davanti a stupendi – per me adulta – giochi che hanno che fare con il costruire, lo scoprire e l’inventare.
d) Perché ho sempre odiato il rosa, sin da piccola, e tutti i colori pastello.
e) Perché sarò ingenua, ma non capisco perché tutto deve ruotare sempre intorno alle stesse cose, agli uomini e alle donne e al sesso: che noia.
f) Perché non ho voglia di spiegare perché faccio questo o quello. Lo faccio e basta.
g) Perché sono così. Va bene?
Terri Mannarini
3
elogio dei biscotti e delle serie criminali
A casa non ho satellitare o altre diavolerie del genere, per cui l’occhio su certi programmi mi cade solo in casa d’altri. L’altra sera, da amici con figlie adolescenti, grazie a una bimba bellissima ho scoperto un programma sulle ragazze ‘in crisi di peso’. Come in quelle trasmissioni dove ti piomba qualcuno a casa e ti rinnova dal salotto alla soffitta, in quel programma ti piomba a casa un personal trainer e ti rivoluziona la vita in tre mesi.
La fanciulla coinvolta, Holly, sedici anni e 90 chili “di libidine e bontà” (avremmo detto, citando “Rosalina” di Concato, noi ragazze di una volta), si è sottoposta a dieta e training massacranti (quattro ore al giorno di jogging e palestra, un delirio!), perdendo nell’arco dei suddetti tre mesi circa dieci chili. L’interessante è l’analisi di contesto e psicologica svolta. Il ‘personal trainer’, lungi dall’essere un ‘sergente Foley’ tutto urla e tuta mimetica, è un ragazzo dolce e tenace, che intervista la madre sui cibi (hamburger, costolette e patate al burro), fa da ‘gruppo di ascolto’ alla ragazza, l’aiuta a capire le cause delle crisi e a superarle, quasi convince anche la genitrice sovrappeso a cambiare vita.
Ero perplessa. Sono in un percorso dove un “insegnante” mi ha convinto a ‘svoltare’, ho rivisto e riletto le mie abitudini alimentari e quelle legate al mio stile di vita, accompagnata da ‘guide’ con cui si riflette a intervalli regolari su cosa modificare e come ‘sfoltire’, e le involuzioni vengono trattate con leggerezza e come parte del sentiero: il cambiamento è lento, ma il tunnel pieno di finestre e di spiragli di luce.
La trasmissione che avevo sotto gli occhi prometteva invece un cambio radicale, con pressing intensivo, in pochi mesi. Con tanto di festa di compleanno con la nuova Holly al centro degli applausi di amici e familiari. Una specie di Cenerentola in contesto post-moderno: la ‘nuova bellezza’ delle adolescenti starebbe nella ‘normalizzazione’ fast, nel ‘fast training’ che porta in tempo da record dal ‘fat’ al ‘fit’. Con necessaria conformità a uno standard, ché Holly si lamentava spesso di non essere “normale come le mie amiche”. Che noia!
Per fortuna l’adolescente bellissima accanto a me – nel suo stile tutto italiano e meridionale, e nella sua scioltezza tutta personale – benché guardasse con occhi sognanti, ha continuato a sgranocchiare tutto il tempo biscotti al cioccolato, e per dessert ha dato fondo a un bicchiere di crema di nocciole. La cosa più bella, però, è che a un certo punto, finalmente, mi è riuscito di convincerla a cambiare canale, per passare a qualcosa di più divertente: ci siamo godute una bella serie… criminale!
Francesca Lamberti
4
a comando rispondi? che noia!
Ken: parliamone. Si sono inventati una nuova versione di questo bambolotto, che è poi lo storico fidanzato della bambola che praticamente tutte abbiamo avuto da bambine. Non la nomino nemmeno, perché non ne voglio parlare. E non ne voglio parlare perché mi interessa questo nuovo bambolotto. Perché? Perché dice “quello che volete”. Come? Grazie a un banale congegno per la registrazione vocale.
Bene. Indovinate cosa fanno registrare alla bambina dello spot italiano. Quale frase registra?
“Ciao, come stai?”
No.
“Usciamo?”
Nemmeno.
“Balliamo?”
Ritenta, sarai più fortunata.
La bambina dello spot – guarda un po’ – registra la frase “sei bellissima”. Il pupo in questione, da anni sempre con pelle impeccabile e muscoli tonici e da sempre senza genitali, ripete ovviamente con voce maschile “sei bellissima” al premere certi tasti sulla schiena. Gran finale dello spot: “il fidanzato perfetto”.
Insomma il “fidanzato perfetto” è un uomo che a comando risponde.
Click. “Sei bellissima”.
Doppia fregatura. La prima: ce lo dice un uomo. La seconda: ce lo dice a comando.
Insomma, alle bambine si continua a insegnare la resa. Questa roba m’annoia parecchio. Davvero.
Loredana
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un calendario senza traccia di bellezza
Il calendario Pirelli 2012. Belle queste donne, questi corpi, così fotografati? Certamente no. Come possono esserlo?
Leggo che il tema dell’anno è “la purezza”. Approfittando dei paesaggi splendidi della Corsica, non capisco perché intaccare l’idea di purezza che potrebbe offrire quella natura mettendoci quei corpi che non c’entrano niente. Non mi è chiaro la purezza di cosa. A casa mia, e anche secondo il vocabolario, la purezza è la “mancanza di elementi estranei”, diciamo la genuinità; allora sono le modelle che non c’entrano niente. Oppure loro sono le cose pure, e allora vorrei sapere cosa le rende “pure”, genuine, senza macchia rispetto ad altre persone o alla natura circostante. Le caratteristiche morali o caratteriali no, ché in queste foto non mi pare si riescano a vedere. I loro corpi certo non lo sono puri, dato che non si capisce cosa avrebbero di più e meglio di altri corpi.
Forse l’appartenere al genere di spendibilità comunemente accettata dalla moda attuale; spendibilità comoda a parecchie organizzazioni economiche, le quali sostengono un sistema di comunicazione che all’insieme di quelle caratteristiche spendibili dà il nome di bellezza. Solo il nome, perché basta pensare che quel sistema chiamava bellezza anche quella di Ursula Andress e di Rita Hayworth – due corpi che oggi non apparirebbero mai su nessun calendario Pirelli e simili raccolte di “nudi artistici” (altro nome usato molto impropriamente) – per rendersi conto che il calendario Pirelli con la bellezza ha nulla a che fare. Si chiama moda, non bellezza.
Poi ci sarebbe da spiegare, a leggere tutti i panegirici su questo calendario assurto negli anni a “evento”, quale sarebbe la relazione della purezza con la bellezza se si ammette candidamente l’uso del fotoritocco. Complimenti per la purezza. Ma lasciamo la parola al maestro:
L’intensa relazione che si crea tra fotografo e la sua musa rappresenta l’essenza per creare un forte dialogo estetico che porta alla sublimazione della bellezza naturale. Nel realizzare il calendario ho quindi posto i corpi a diretto contatto con la natura, che li accoglie come fossero un suo prolungamento, in una serie di immagini in cui roccia e scogli, terra e tronchi, cielo e mare si trasformano in scenografie che ospitano i corpi.
Mario, sei bravo con le immagini – tecnicamente – ma lascia stare le parole, è meglio. “Sublimazione della bellezza naturale”? E fai vedere quella, allora. “Prolungamento” della natura? Lo è anche photoshop, allora. “Scenografie che ospitano”? Deciditi Mario: o la natura e quei corpi sono tutt’uno – hai detto “prolungamento” – o una ospita l’altro scenograficamente. No, veramente, la bellezza è un’altra cosa. Si leggono anche commenti di una stupidità disarmante, che insistono con questi luoghi comuni sulla purezza del nudo artistico poche parole dopo aver parlato di maggiorate e star.
Io, se devo pensare a purezza e bellezza di corpi, non posso che pensare a chi balla. I corpi dei ballerini – che siano torniti dalla misurata tensione del classico, che siano controllati nella potente lentezza del tango, che siano ritmicamente esasperati dall’hip hop – sono un concentrato di purezza e bellezza. Purezza perché in loro nulla è superfluo, tutta la materia dei loro organismi è necessaria e sufficiente all’estatica esecuzione della danza; bellezza perché solo nel movimento – inevitabilmente segno di vita – quella particolare bellezza può darsi; e la fotografia sa anche come catturare il movimento, quando non ha a che fare con la più statica e immobile versione del corpo umano che l’economia dello spettacolo abbia mai prodotto: la modella.
Nata e addestrata per lo stare ferma immobile, nessuna modella sarà mai bella nell’esercizio della sua funzione. La modella – immobile anche quando cammina, data la sua ridicola andatura studiata per non illudere lo spettatore che sia in movimento neanche quando percorre una passerella – assolve il suo compito nell’annullarsi completamente nell’immagine che deve produrre. Il suo corpo è sacrificato a qualsiasi economia che ne abbia bisogno, ed è pronto ad essere modificato, coperto, annullato, desensibilizzato dai vestiti, dal trucco, dal fotografo, dai software di ritocco. Quelli nel calendario Pirelli 2012, per quello che si può vedere dalle esclusive anteprime, non sono neanche corpi, neanche cadaveri: in loro è eliminata qualunque idea di sensibilità, anche passata, e sono lì nella natura a testimoniare – pare – la loro totale estraneità al tutto. Letteralmente, questi corpi non c’entrano niente. E non si capisce con cosa potrebbero avere a che fare.
Con la purezza e la bellezza, certamente, no.
Lorenzo Gasparrini
originariamente scritto per contuttaquestabellezza
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che noia vivere in un perenne concorso di bellezza
Nei giorni scorsi in Italia si è discusso parecchio di una iniziativa “politica”: una ragazza seminuda davanti a un bancomat. Mi sono imbattuta in quelle foto per caso, scorrendo distrattamente un quotidiano online. Ho guardato una di queste foto, la più nota, prima di leggere l’articolo. Il mio primo pensiero è stato un automatico e quasi involontario giudizio estetico: ah, un bel culo! Incuriosita da questo inusuale sprazzo di “normalità”, se così vogliamo chiamarla, leggo l’articolo, dove si definisce quel culo “non più perfetto”.
Non più perfetto? Cosa significa non più perfetto?
Riguardo la foto con più attenzione. Direi che quel culo è probabilmente taglia 44. Cellulite sì, ma sicuramente inferiore a quella delle bellissime del cinema che hanno fatto sognare generazioni di uomini, Marylin in testa. La ragazza mi sembra più vicina ai 30 che ai 20 anni. Gli scatti sono presi per strada, in pieno giorno e sotto una luce naturale, non appaiono minimamente ritoccati. A me sembra un corpo bello e femminile. Chiedo ad alcuni uomini miei amici: “Vero”, “bellissimo”, “femminile”, più alcuni commenti che non vi sto a ripetere.
Nell’articolo, la colpa è non essere perfette, lo scherno è rivolto non all’iniziativa ma a una donna che osa mostrarsi “non più perfetta”, secondo dei canoni che a quanto pare sono sostanzialmente questi:
* avere 18 anni;
* portare una taglia 38;
* trascorrere le proprie giornate in palestra per impedire l’avvento dell’orrore dei nostri giorni, la nemica delle donne, la colpa inespiabile, ovvero la cellulite;
* posare sempre e soltanto sotto luci artificiali e far ricorso ad abbondanti fotoritocchi perdendo qualsiasi somiglianza con un corpo umano, vero e vivo.
Nell’articolo ciò che si critica non è la ragazza nel suo prendere parte a una discutibile iniziativa, a dire il vero non si critica nemmeno l’iniziativa in una pretesa e affettata obiettività giornalistica; l’autore si arroga il diritto di colpire la donna criticandone l’immagine, il corpo, alzando la propria paletta con il voto truccato.
Perché le donne, si sa, io, noi, tutte quante, anche quando facciamo politica, lavoriamo, diciamo cazzate o cose intelligenti, portiamo a spasso il cane o scendiamo la spazzatura, viviamo in un perenne concorso di bellezza nel quale chiunque può dare ad alta voce un voto al nostro culo.
E quindi il giudizio, nero su bianco, del o della giornalista, è un giudizio violento, passivo-agressivo, simile a centomila “sentenze” come questa su altre riviste, in tv, al cinema, nella vita di tutti i giorni. Un commento sgradevole e asservito che distrae l’attenzione da ciò che la donna in questione pensa, fa o dice, focalizzandola esclusivamente su come appare. E che magari ha anche indotto più di una lettrice a sentirsi immotivatamente poco attraente e trascurata, proprio come l’“anziana e sfatta” donna della foto incriminata.
Che noia.
Susanna Tornesello
