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Carlotta Lezzi per S/oggett/E

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Carlotta Lezzi

Siamo grate e grati alla poeta Carlotta Lezzi d’aver “donato” questi suoi tre componimenti a S/oggett/E. Rassegna d’armi d’artiste.

«Credo fortemente nel recupero di un’identità che non ci è stata insegnata», spiega Carlotta, «abituate come siamo a non essere quello che siamo ma a vederci attraverso il perpetrarsi del luogo comune. Io sono bellissima cerca di “insegnare” agli occhi ad aprirsi, alla bocca a dire, alla persona a essere. Per questo ne sono una forte sostenitrice. Grazie per tutto quello che mi ha dato ognuna delle facenti parte ai vari progetti».

***

Scrivo da un lato del cielo turbolento.
Quando ammazza la luce, carnefice
quando intaglia metafore oscure
quando secca le ugole rotte.

Siedo e scrivo. Scrivo e penso alla rotta.
Di botto la bussola segna altrove che sia ovunque
ovunque che sia altrove nel senso del nord,
diritte e dirette alla foce, con tempesta,
perché ovunque e altrove sia la tempesta
e che io sia tempestivamente tempesta
a dirigere, col segno della mano, ovunque
che sia altrove e altrove che sia ovunque
e tutto che porti alla foce di me, di me
che sono voce di vento e suono di mare
e infinito, infinito stallo per chi, come me.

***

Rido quando ridono di me perché non sanno.
Vivono di immagini in moltitudini,
di pensieri fragili, legati a bicchieri di fine settimana.
Mi chiedo e mi dico:
è il regno delle prosopopee questo in cui vivo,
dei falsi mitici, delle macchine arricchite, delle suore svestite.
Piangono miserie e portano rime a pettinarsi,
di pochezze intingono le labbra e le lingue.
Qualunquismo all’etto, per tagliare di netto
il fragile nell’elitario, il reggente del difetto.

***

Se è un’ora tarda quella in cui
mi alzo, affondo la penna e mi rigiro
come avessi fatto opera di bene
e ne sentissi il pregio del bisogno.

Se lo è, e anch’io pecco di vana vastità
perché so allietare lo sconfitto, con mano appuntita
lo prendo e lo schiero a vendetta.
Se anch’io so farlo per l’umano mio essere,
anch’io, una qualunque, e vasta e vana.

Niente mi si invidia.
Non l’oro dei capelli, non l’acuto punto
più alto a far la rima, non il nero del vestire,
non la cinta tra i capelli e fiori e aghi di pino.

So confondermi.
Scelgo le attese più lunghe,
per più bene mancare, per più forte desiderio
d’amore, per più grande dolore colmare di voci
e grida e violenti discorsi e poi paci e di nuovo voci,
voci e voci a sfumare e poi infine di voci,
di nuovo mancare, tacere, annullare.

Carlotta Lezzi

dic
30

Nadia Cairo per S/oggett/E

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Nadia CairoFelpona 5 taglie più grandi, leggings, calzini uno diverso dall’altro – le cose da abbinare a tutti costi non mi sono mai piaciute, come tutte le forzature del resto – scarpe da ginnastica – un po’ sbiadite e sfondate sul davanti… fedeli compagne di allenamento e non solo – il paradenti c’è, guantoni e fasce pure, spray al cortisone purtroppo anche…

Il telefono è rimasto sul tavolo accanto all’mp3… l’allenamento è sacro! Qualunque cosa il mondo voglia dirmi, lo farà 90 minuti più tardi. Questo momento è tutto mio! Salto ginnastica e riscaldamento in favore di 30 minuti di corsa. Si sta bene a quest’ora, la strada è quasi deserta: solo pochi operai che vanno a lavorare alle prime luci dell’alba. Il sole deve ancora riscaldare questa mattina d’autunno.

L’aria fresca sul viso mi sveglia del tutto, i miei muscoli avvertono lo shock termico e si contraggono leggermente quasi a volermi dire “stavamo meglio sotto il piumone”, ma questo momento è solo mio… e anche loro dovranno assecondare quello che la mia testa mi ripete da giorni.

Un passo dopo l’altro iniziano a scorrere pensieri e preoccupazioni. Il tecnico della caldaia ancora non ha chiamato per il collaudo. Devo finire quel progetto prima del 10, troppe scadenze a novembre. Passa un contadino in motorino: “Signorina buongiorno! Mattiniera eh!?!”. Faccio un cenno con la mano e un passo dopo l’altro mi accorgo che sono all’altezza del cimitero. Stamattina sono un po’ fiacca, ci ho messo qualche minuto in più del solito ma va bene così. Sento che la testa inizia ad alleggerirsi dagli assilli quotidiani, ed ecco che iniziano a farsi spazio i pensieri più nascosti, quelli che di giorno preferisci non fermarti un attimo per non doverli ascoltare e la notte, anche se urlano, sei troppo stanca per non crollare addormentata.

Un passo dopo l’altro inizio a sudare, e inizia anche a mancare il fiato – maledetta asma, e maledetta la mia ostinazione a non voler iniziare la terapia – scuoto la testa, quasi a voler cacciare via quest’ultimo pensiero, e riprendo il controllo della situazione, come se si trattasse di una semplice avaria al motore. Un bravo impiantista sa come far ripartire il suo vecchio catorcio, e allo stesso modo chiedo un ulteriore sforzo ai miei polmoni.

È questo che mi piace dell’allenamento: spingermi al limite delle mie possibilità fisiche e accorgermi che ho ancora delle riserve, e che a volte la mente è più forte di tutto il resto, anche della scienza medica.

Senza neanche accorgermene sono a Gemini. Faccio un giro dentro alla pompa di benzina all’ingresso del paese e torno indietro, un passo dopo l’altro.

Mercoledì alle 17 ho l’appuntamento con l’antennista, devo segnarlo in agenda! Non vedo Sabry da più di 2 settimane, ho voglia di chiamarla, sì oggi la chiamo!

Ma chi te la fa fare?! Non hai proprio niente di meglio da fare tu eh?!?

“No, proprio niente di meglio di tutto questo!” penso tra me e me, un passo dopo l’altro mentre mi rimbalzano in testa volti e frasi di amici e conoscenti, e mi accorgo di essere arrivata al bar dietro casa. Maurizio mi sorride: “Già preso il caffè? Oggi offre il Bar!”. Faccio cenno di no con la testa: “Grazie, ma devo ancora finire l’allenamento… sarà per la prossima volta!”. Entro in garage con il fiato rotto, 2 puff al volo, mi infilo i guantoni e inizio le mie riprese di sacco. Il fiato sempre più corto – colpa del paradenti ma ce la posso ancora fare, penso tra me e me – le gocce di sudore scivolano negli occhi e bruciano.

I colpi sul sacco scandiscono il ritmo dei miei pensieri… sono troppo stanca e adesso non ho davvero più difese, e non posso e forse non voglio ignorarli… Mi guardo intorno come se qualcuno potesse sentire quello che ogni parte del mio corpo sta urlando. L’ipad suona, la ripresa è finita, il minuto di recupero passa in fretta e ricomincio l’allenamento.

“È tardi, devi farti la doccia e andare al lavoro, e vedi di fare colazione stamattina, ti ho preso il cornetto ai cereali”, urla mia madre mettendo tutto a tacere.

La doccia mi riporta alla realtà: è sembrato tutto uno strano sogno, ma io sono più serena e la testa è più leggera. Mentre esco per andare al lavoro mia nonna mi dice: “Ma chi te lo fa fare dico io!?!”. Sorrido e in fondo alle scale le urlo: “Sono 90 minuti solo per me! Buona giornata”.

Nadia Cairo per S/oggett/E. Rassegna d’armi d’artiste

dic
22

Claudia Bruno per S/oggett/E

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che lavoro fai?
la spogliarellista.
ma veramente?
sì.
nel senso che ti togli i vestiti?
nel senso che mi metto a nudo.
e perché lo fai?
ci sono già così tanti strati a separarci.
sì, ma perché tu?
perché mi viene bene. e se mi sbuccio un po’ – vedi, così – l’incontro avviene. non m’interessa nient’altro che questa intima estraneità.
e allora cosa ci sei venuta a fare qui? in questo mondo dico.
sono venuta per testimoniare.
per testimoniare cosa?
la bellezza. sono venuta per testimoniare la bellezza.
che significa?
significa che se tu guardi avanti, io indico di lato. è un lavoro preciso, quello di noi che indichiamo di lato.
e a che serve?
serve che se tu guardi la strada, io ti dico “guarda lì, papaveri”. e se tu guardi le buche, io ti domando del cielo. e se tu guardi i vestiti, io mi metto a nudo.
ma così andiamo a sbattere.
può darsi, ma devi metterlo in conto.
cosa?
di andare a sbattere. per vivere devi rischiare di morire, così è il gioco, non barare per favore.
e dunque tu sei qui per questo.
sì. e questo è tutto.

Claudia Bruno per S/oggett/E. Rassegna d’armi d’artiste.

feb
15

“il corpo è un luogo sacro”

By iosonobellissima  //  parole bellissime  //  No Comments

In una caleidoscopica visione fatta di personaggi che si incontrano, si raccontano, si lasciano, si ritrovano Loredana De Vitis ci dice di noi, ci racconta storie d’amore e passioni, quelle stesse che caratterizzano il suo vissuto. Perché fonte della sua creazione è quell’amore per sé e per gli altri che significa cura, la stessa che lei impiega ogni giorno nel costruire possibilità, nel portare avanti un progetto di scrittura che è al tempo stesso una performance itinerante, un progetto artistico.

Lei parla di bellezza in “Io sono bellissima” ma non si tratta semplicemente di accettazione di se stesse bensì di comprendere che il corpo è un luogo sacro. Si tratta di accettare il fatto che la forma di ciascuno di noi è la sintesi di un io bellissimo, e quella forma non può essere uno stereotipo imposto dai media o da un gusto collettivo. Unicità, identità, bellezza. E se asserire che unico è singolare in un solo istante giungiamo in quella linea magica di consapevolezza, auspicabile a tutti, dove l’unico non è duplicabile, non è stereotipo, non è negoziabile. Riuscire a comprendere la diversità di ciascuno ci consente di entrare in una zona franca dove ciascuno di noi è ciò che vuole essere, esteriormente e interiormente.

Loredana De Vitis parla di storie d’amore e quando lo fa ricava una stanza tutta per sé nella sua anima. Da qui lei sposta prima e plasma poi, ricuce gli strappi e reinventa storie. Da qui decide chi far entrare e chi far uscire, a volte per sempre, certa che per ricominciare a volte è opportuno annullare. Da questa stanza lei comunica con l’esterno, coinvolge chi come lei crede nella possibilità che il fare creativo possa essere condiviso. Incontrando la sua scrittura noi ci confrontiamo con noi stessi. Lei ci mette di fronte a uno specchio. Sta a noi decidere se quell’immagine, al di là della bellezza, ci corrisponde veramente.

Monica Lisi

set
8

“quella” bellezza non puoi non raccontarla

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sabrina barbante per iosonobellissimaQuando ero piccola mi innamoravo di tutto. Cito, decontestualizzandola amabilmente, una bellissima frase di De André (dal testo Coda di lupo, 1978). Mi ha sempre attratta, la trovavo una frase… bellissima. Perché riassume una cosa che a volte accade. E ti riempie tanto, a volte tanto da farti male.

Accade che un giorno smetti di guardarti allo specchio e vedi un particolare riflesso dietro di te. E inizi a vedere attorno a te le cose belle. E non riesci a non dire queste cose sono bellissime, e te ne innamori. Perdutamente a volte. E vuoi dirlo alle cose e alle persone. read more

ago
10

se lo dico io possiamo dirlo tutte

By iosonobellissima  //  non ci annoiate!, parole bellissime  //  No Comments

Io sono bellissima.
È un’affermazione.
Una certezza.

Ci sono arrivata costruendo un progetto che si chiama proprio così – “io sono bellissima” – e che deve molto alla campagna “Immagini amiche”. Tutto è cominciato soltanto tre anni fa, eppure se mi guardo indietro e confronto quello che ero con quello che sono mi pare d’esser cresciuta tantissimo, come fossero passati dieci anni. Riesco a descrivere questa “costruzione” solo nei termini di una gran fatica, un grosso magma che avevo bisogno venisse fuori da qualche parte.

Tutte le esperienze vissute e ascoltate sul peso delle aspettative del mondo rispetto al corpo mio e delle donne che conosco le ho sentite, a un tratto, come un peso insopportabile. Guardando le “immagini nemiche” pensavo a quanto mi pesavano. Pensavo alle “battute” di certi uomini e pensavo quanta fatica avevo dovuto fare per smontarle e riderci su. Pensavo al tormento delle diete dimagranti, a quello del dover stare continuamente attente a cosa mangiare, a quello delle privazioni, alle fatiche fisiche tanto diverse da un po’ di sano e piacevole sport. La pelle, i brufoli, la massa grassa la massa magra, la cellulite, i peli, i seni che dopo qualche anno vanno giù per forza. L’ansia della “perfezione” per come ce la propinano e che, ovviamente, cambia continuamente. Per cui se magari a 35 anni ce la fai, arrivano i figli e non ce la fai di nuovo, e se poi ce la fai di nuovo arriva la menopausa e non ce la fai di nuovo per la terza volta. E se magari t’ammali a 20, 30, 40, 50 o 80 anni proprio non ce la fai in ogni caso. Ma magari non ce la fai, come per me, perché le tue cosce sono fatte così, cicciotte all’attaccatura. Sono così e basta. Oppure c’hai la colite, solo quella. Non sei ingrassata e non sei incinta. C’hai solo un po’ di colite. Per non dire dell’infinito altro su cui un sacco di gente pensa di poter avere un’opinione da comunicarti e che dovrebbe risultarti rilevante. Fatevi gli affaracci vostri!

Ecco, a tutto questo ho provato a rispondere con una “strategia” ed è nato “io sono bellissima”, una narrazione in forma di mostra per immagini e parole su un percorso personale di “liberazione”. Ho elaborato dolori atroci e tremende incazzature, con ironia e sarcasmo sono partita dal mio corpo. Il mio, non un altro. Perché se volevo dirmi “femminista” questo era l’unico modo possibile. È così che, tavola dopo tavola, tra foto di me e di parti di me e battute sugli stereotipi e su quanto siano noiosi, propongo a ogni donna un modo per riappropriarsi del piacere di dirsi davanti allo specchio e con orgoglio a chiunque “io sono bellissima”. È autodeterminazione, questa, secondo me. Non basta dirsi vicendevolmente tra donne “stai benissimo, sei bellissima”, cosa che è spesso solo tristemente consolatoria, figurarsi aspettare che lo dica qualcun altro. C’è bisogno di un cambio totale di punto di vista: in inglese spiego “first: I, then: you”. Come ho detto: deve diventare un fatto, una certezza. Io sono bellissima.

Beh, pare che la cosa funzioni. Gli scatti originali, che ho poi personalmente tagliuzzato ed elaborato con i testi, sono opera della mia amica Susanna Tornesello. Per scelta non una fotografa professionista, ma un’appassionata di fotografia con un po’ d’esperienza e uno “sguardo” molto interessante. Quel pomeriggio me lo ricordo benissimo, ci ho messo un po’ per sentirmi a mio agio davanti alla macchina fotografica. Poi l’esperienza si è rivelata divertente. Quando abbiamo finito, sedute davanti a un caffè, ho visto Susanna sorpresa, molto sorpresa. Ha detto qualcosa del genere: «Ho fotografato tante, tante donne, ma è la prima volta che mi capita di scattare senza sentire una sola richiesta di nascondere, mascherare o migliorare qualcosa». Vero. Nessuna richiesta di questo genere. E successivamente nessun ritocco “elettronico”: ci si avvicina alle tavole e si vede tutto. Peli, cellulite, pancia. Così. Tutto bellissimo, ve lo garantisco. Per questo le donne ridono e magari comprano pure l’adesivo che ho fatto stampare: c’è scritto, appunto, “io sono bellissima”. Mettetelo sulla macchina!, dico sempre, o se sulla macchina è troppo per cominciare… l’agenda!, mettetelo sull’agenda!

La mostra è stata prodotta con un processo di finanziamento dal basso e – grazie a piccoli contributi (economici e professionali) di donne e uomini – ai dieci pannelli fotografici ho affiancato il sito www.iosonobellissima.it, che dà conto dello sviluppo del progetto ma soprattutto vuole raccogliere testimonianze – in diverse lingue non solo europee – di donne che hanno fatto/desiderano fare un percorso similare o che si sono ri-trovate nella “strategia” proposta.

È così che il progetto va avanti, per “tessiture” potremmo dire, curando rapporti tra donne, una per una. Con Annarita Del Vecchio, per esempio, cerchiamo contatti nelle aree di lingua spagnola e con altre studiamo modi per diffondere nei paesi europei questa “strategia” che troviamo prima di tutto divertente. Per farla breve mi muovo, voglio continuare a muovermi con questo progetto e spero che anche il laboratorio Donnae possa essere un “nodo” della tessitura. Un risultato importante: foto, testi e racconti vengono da qualche mese anche dal Vietnam. Lo considero un evento straordinario, a maggior ragione perché arrivato a meno di un anno dal lancio del progetto. È accaduto che Alessandra Chiricosta, filosofa e storica delle religioni, s’è appassionata e ha avuto l’idea di “declinarlo” per il Vietnam e la cultura vietnamita che lei conosce molto bene. E così, a ottobre, sarò ospite dell’Ambasciata italiana ad Ha Noi con la mostra. Assieme a me ci saranno le donne vietnamite che in questi mesi hanno presentato testimonianze nell’ambito di uno speciale “contest” lanciato per l’iniziativa. Tutto bellissimo, ancora una volta.

Vi lascio con due aneddoti.

Certe volte le donne sono, oltre che divertite, “turbate” dall’idea. E allora…

Io sono bellissima e anche tu.
Non è vero.
Basta dirlo. Se lo dico io possiamo dirlo tutte.
Come?
Fregatene. Dillo e basta.

Gli uomini sono, invece, invariabilmente curiosi e se n’escono spesso con sorrisi di cortesia.

Io sono bellissima.
Beh…
È un’affermazione. È un fatto.
Mah…
Non ti chiedo approvazione.
Ah no?
No, guarda meglio. Ancora meglio.
Perché?
Ci puoi arrivare anche tu.

Loredana
[originariamente scritto per Laboratorio Donnae - laboratorio di ricerca sul pensiero e sulla rappresentazione che le donne si danno in politica]

lug
31

be sexy in hidden charm

By iosonobellissima  //  parole bellissime  //  No Comments

In questo articolo, che ci arriva dal Vietnam ed è in inglese, Bui Thi Phuong Giang ci parla del meraviglioso abito tradizionale ao dai e di quanto si possa essere “sexy” completamente coperte! Cose bellissime!

apr
5

una traduzione bellissima

By iosonobellissima  //  buone notizie, parole bellissime  //  No Comments

Ed eccoci qui, tre donne, quasi coetanee, formatesi in contesti culturali diversi ma accomunate dall’analoga esperienza di vivere a cavallo tra due paesi, tra due continenti. Hanh, la mia “sorella” vietnamita, che dopo un master a Trento continua a fare avanti e indietro tra Italia e Vietnam, curando e realizzando una quantità incredibile di attività nei campi più disparati. Thuy, ex giornalista televisiva, che ha seguito il marito – anche lui giornalista – nella sua missione di tre anni in Italia, crescendo sua figlia a Roma sud. E la sottoscritta, che in Ha Noi ha trovato una seconda terra madre.

L’aroma dell’ottimo caffè e il gusto squisito dei dolci italiani che Paolo ci serve contribuisce a creare la giusta sintonia. Io sono bellissima in Vietnam prende forma nelle sale di un ristorante italiano che si affaccia sull’incantevole scenario del Lago Ovest di Ha Noi. La consueta nebbia che ne copre la superficie, confondendo acqua e cielo in un manto grigio chiaro, oggi si è alzata, dis-velando un paesaggio antico e moderno, in cui le case coloniali di Ho Tay fronteggiano i grattacieli dei nuovi quartieri dall’altra sponda del lago. La piccola penisola in cui si trova il ristorante è a buon diritto considerato il luogo più sacro di Ha Noi. Pochi i turisti che lo sanno, ma la punta della penisola ospita il Phu Tay Ho, il tempio della Dea Madre, la più antica e autoctona delle forme di culto vietnamite. Guarda caso, ci siamo riunite all’ombra della Dea… Anh Ngoc (Stefano per gli italiani), famoso cronista sportivo, oggi nelle vesti di autista della moglie Thuy, lavora ai suoi articoli al nostro fianco. Roberto, mio compagno di vita e viaggi, si prende cura della nostra piccola Iris. I figli di Hanh a casa con il padre. Questo è il femminismo che mi piace, quello che contagia compagni e amici, che sostengono e aiutano le donne che amano nella realizzazione di un’idea. Di una gran bella idea.

Parlo alle sorelle – così ci si rivolge alle amiche in vietnamita, lingua che non conosce l’io se non nella sua relazionalità – del progetto di Loredana, di come l’ho conosciuta alla scuola politica dell’Udi (noiudichesiamo), della scintilla scattata tra noi, che condividiamo spirito, vitalità, passione politica e sorrisi. Ci siamo piaciute subito. E piacersi – sia nel senso riflessivo che relazionale del termine – continua ad essere il filo rosso del successo di questa idea, che passa da donna a donna, si trasmette e si trasforma. Un’idea, mi sorprendo a riflettere, una buona idea non è mai un qualcosa di astratto che si realizza meccanicamente. S’incarna per prendere corpo. E incarnandosi si trasforma.

Portare Io sono bellissima in Vietnam, questo il nostro obbiettivo. Come fare? Le idee vorticano a ritmi inimmaginabili per i climi mediterranei. E ancora più inimmaginabile è la rapidità con cui tutto prende forma: contatti, sponsor, media… Thuy e Hanh sfornano proposte come pop-corn, ne saggiano subito la fattibilità telefonando, mandando mail ed sms agli interlocutori più disparati. Col sorriso e mangiando dolci. Come sempre faccio fatica a star loro dietro, pur essendo considerata in Italia un’iperattiva. Benvenuti nel “terzo mondo” del sudest asiatico, mi sorprendo a pensare con ironia.

Certo che ne ha fatta di strada questa idea: dal Salento ad Ha Noi, passando per le reti sociali delle donne italiane ed europee e per quelle virtuali del web sino alla capitale del Vietnam. Un percorso bizzarro, paradossale, così come il fatto che un progetto sorto nella dissidenza stia qui assumendo le forme della più alta ufficialità, come parte del Programma degli eventi dell’Ambasciata di Italia. Ma la dissidenza politica che ho imparato nei circuiti di donne è proprio quella creativa, che immagina, prospetta e realizza nuovi percorsi. Idee e prassi bellissime, che affascinano anche uomini sagaci (un ringraziamento particolare a SE Lorenzo Angeloni, primo sostenitore del progetto in Vietnam).

Ma qui la nostra sfida: come fare a comunicare questo spirito in un contesto così diverso e lontano da quello in cui si è originata? Come fare per far scattare quella scintilla, che adesso sentiamo viva tra noi, anche nelle migliaia di donne vietnamite? Non si tratta solo di tradurre un testo… o forse sì, si tratta “solo” di questo. Di tradurre veramente, autenticamente. Di tradurre in corpo, in passione, in azione. La prima questione riguarda la traduzione del nome dell’evento. “Io sono bellissima”. Prima asperità interculturale: una traduzione letterale è impossibile. “Io” non esiste nella lingua vietnamita. Ci sono decine di modi diversi di esprimere la referenzialità di prima persona, tutti dipendenti dal contesto e dalla relazione con l’interlocutore. Optiamo alla fine per “minh”, la forma riflessiva, il cui valore semantico include anche “corpo”. Ottimo, penso. La focalizzazione si sposta dalla relazione con gli altri ad un altro genere di relazione: quella con se stessa. La bellezza della lingua vietnamita, nel suo sistema di referenzialità personale, è proprio quello di tenere sempre aperta, di esibire la dualità di sensibile e senziente, come direbbe Merleau-Ponty, pur pensandole in unità.

Ma andiamo avanti. “Sono”. Questione ancora più spinosa. Il verbo essere è usato pochissimo in vietnamita, e sicuramente non ha nessun valore “sostanziale”. Né, tantomeno, si usa nella predicazione nominale. Perfetto, lo eliminiamo a priori. E anche qui, non nego, provo un certo compiacimento anti eurocentrico. La terza parola ci ripiomba in una lunga discussione. In vietnamita c’è una divisione tra superlativo assoluto e relativo, ma blanda. L’uso del superlativo può indurre a pensare ad una qualche forma di “competizione”, cosa che vogliamo evitare a tutti i costi. Inoltre, quale parola per “bella”? “Dep” è troppo schiacciato sulla componente estetica, mentre vedo nelle mie sorelle vietnamite una forte necessità etica e sociale, una volontà di mostrare le donne nella loro interezza, armonia. Certo, la questione degli stereotipi estetici si inizia ad avvertire anche qui, ma in un paese che sta vivendo ora il suo boom economico, che ancora soffre le conseguenze di guerre imperialistiche e occupazioni coloniali, di prassi misogene come quelle di stampo confuciano – se pur mitigate dal contesto culturale autoctono e dalle prassi socialiste – occorre coprire un altro ordine di immaginario. Qualcosa che faccia sentire le donne vietnamite in tutta la loro interezza, che sfidi l’introiezione del senso di inadeguatezza che la famiglia confuciana prima e le nuove esigenze del mercato globalizzato poi comporta. Che le faccia riscoprire la meraviglia del loro essere semplicemente donne. “Tuyet”. “Meravigliosa”. Tra l’altro, scopriamo poi, è in linea con la traduzione in lingua inglese già fatta da Loredana.

Manca ancora qualcosa. È un’esigenza ritmica. Tra “Minh” e “Tuyet” Hanh inserisce un “That”, “veramente”. L’allitterazione è molto usata nella lingua vietnamita, che pur essendo considerata monosillabica, ama rafforzare e delineare meglio i concetti affiancando due parole, possibilmente allitterando. Inoltre, “veramente” viene ad occupare lo spazio lasciato vuoto da “sono”… ci si potrebbero scrivere fiumi di parole… ma questa è un’altra storia.

La nostra “bellissima” anzi, meravigliosa storia, invece, prosegue nel dar forma all’evento. Abbiamo un titolo, abbiamo un’idea. Adesso dobbiamo tessere le trame. Il punto più arduo sembra non tanto essere il consenso attorno al progetto, cosa che, invece, sperimentiamo ogni volta che ne parliamo con altre donne, ma la partecipazione. Le donne vietnamite, mi dicono le mie sorelle e la mia esperienza, non sono inclini a parlare di sé, a mettersi in mostra in prima persona. Pur brillando per capacità organizzative e di leadership. Difficile pensare a una partecipazione “spontanea”. E sempre in linea con i paradossi che tanto amiamo, ci balena l’idea di un concorso. Un concorso anti-concorso. Un concorso in cui non si compete con altre donne, ma con i propri stereotipi, i propri fantasmi. Un anti Miss Vietnam, insomma. A premi. Premi in linea con questa idea di bellezza, di meraviglia. In effetti, già uno sponsor si era mostrato interessato durante una prima riunione interlocutoria sulla presentazione di tutto il programma Y-Viet. Un giovane stilista, Do Trinh Hoai Nam, che non solo aveva apprezzato l’idea, ma che aveva portato testimonianze in prima persona su come nella sua esperienza artistica e lavorativa la bellezza assumesse proprio i connotati di cui stavamo parlando noi. Un altro personaggio interessante nel nostro paese delle meraviglie. Altri (sponsor e personaggi) se ne aggiungerando cammin facendo.

Il passo successivo consiste nel preparare la conferenza stampa. Il lancio di Io sono bellissima coincide con la presentazione di tutto il programma Y-Viet dell’Ambasciata di Italia, quindi la copertura mediatica è garantita. Si tratta, per noi, di trovare le parole giuste, di entrare in risonanza con le donne vietnamite e le loro multisfaccettate sensibilità. Il tutto in una cornice istituzionale, che non permette troppi slanci e che richiede il rispetto per le politiche e le prassi locali. Mi prendo l’incarico di presentare il progetto in conferenza stampa, aiutata da Hanh, al mio fianco, e da Thuy, che mi guarda dalla platea. Cerco il più possibile di presentare l’idea di Loredana in maniera fedele, facendo osservare la necessità di una riflessione di tal genere anche tra le donne vietnamite proprio attingendo dall’immaginario della loro tradizione e rifacendomi alle questioni da loro sollevate, nei loro modi e nei loro tempi. L’intento è quello di gettare un ponte lungo 12.000 km (altro che grandi opere, qui si fanno opere meravigliose), di aprire un dialogo tra donne appartenenti a contesti quantomai distanti tra loro, in assenza di alcuna gerarchia, facendo in frantumi qualsiasi pregiudizio etnocentrico. Quello che vorrei vedere, ascoltare, è la testimonianza delle loro voci, delle voci delle donne vietnamite. Chiedo aiuto ai giornalisti intervenuti – per la quasi totalità donne – più o meno in questi termini:
Nell’odierna società globale, se la condizione della donna è per molti aspetti migliorata in senso generale, tuttavia è ancora fortemente penalizzata dal peso di stereotipi riguardo al proprio aspetto, al comportamento che è tenuta ad avere, al ruolo – o meglio, ai diversi ruoli – che è chiamata a incarnare nei vari ambiti della sua esistenza: famiglia, lavoro, società. Se è vero che ogni singola cultura ha da sempre configurato un suo specifico “modello ideale” di donna, nell’epoca contemporanea la globalizzazione sta sovrapponendo a questi nuovi modelli, nuovi stereotipi che spesso entrano in attrito stridente con i precedenti, amplificando le già pesanti aspettative sulle donne e delle donne. La donna odierna è chiamata al contempo a incarnare ruoli tradizionali – figlia, sposa, nuora obbediente, madre amorevole e totalmente dedita alla cura dei figli, del marito e dei genitori – e moderni – solo per fare degli esempi, essere una lavoratrice indefessa, orientata verso il mondo globale, essere fisicamente in forma, curata in ogni dettaglio, secondo dei canoni di bellezza decisi all’esterno. Se questi tratti sono comuni a molte culture, ciascuna società declina queste aspettative in modo proprio. Si rende dunque necessario comprendere lo specifico di ogni cultura riguardo agli stereotipi per poter giungere alla loro rimozione in maniera armonica con la cultura stessa, senza cadere nel pericolo di sostituire semplicemente un ordine di stereotipi – ad esempio quello “tradizionale” vietnamita – con un altro – quello del “mondo globale”- ugualmente lesivo della donna.

Ad esempio, in Vietnam la tradizione confuciana, ereditata dalla Cina, del Thích Đủ Thứ ha da tempo immemore condizionato il comportamento, l’autopercezione, l’autostima, la vita delle donne in ogni loro manifestazione, rendendole spesso prigioniere di canoni troppo stretti e impendendo loro di esprimere se stesse e la loro autentica unicità. Sebbene criticato come “lascito feudale”, questo codice continua a pesare in forme nuove sulla vita delle donne, provocando frustrazione e infelicità, cause potenziali di disagio sociale. Inoltre, i nuovi modelli, ugualmente stereotipati, che arrivano dal mondo esterno iniziano a mietere le proprie vittime anche in Vietnam. Questo dato preoccupante, che accomuna molti paesi al mondo, deve far riflettere sulle gravi conseguenze che comporta sulla salute e sulla vita stessa delle nuovoe generazioni.

La cultura vietnamita, però, ha ben altri esempi di donne, reali e immaginate, da offrire con orgoglio all’attenzione mondiale. Dalle Hai Ba Trung (nda due sorelle leader di una rivolta contro l’oppressione cinese, che nel 43 d.C. hanno regnato per alcuni anni) a Ba Trieu (altra importante leader politica e militare nel 200 d.C., anch’essa vincitrice contro l’impero cinese), attraverso le innumerevoli poetesse, scrittrici leader militari, professioniste, madri, sorelle che hanno costruito una nazione. Inoltre, la nuova legge sulla parità di genere varata dalla Repubblica Socialista del Vietnam nel 2009 promuove proprio una trasformazione culturale per operare una rimozione degli ostacoli al perseguimento della parità.

Come già espresso da Ho Chi Minh nel 1930, al momento della fondazione dell’Unione Vietnamita delle Donne, nessuna società sarà veramente libera finché non avrà conseguito la liberazione delle donne, “schiave degli schiavi”. E come riconosciuto da studiosi, nazionali e internazionali, il peso maggiore che impedisce il raggiungimento di una condizione di parità tra i generi è proprio il condizionamento culturale, che agisce, tra l’altro, attraverso la produzione di stereotipi, di modelli fissi che ogni donna è chiamata ad incarnare nella propria vita di tutti i giorni.

Ma ci si è mai chiesto se le donne siano felici? Se il dedicare tutte se stesse al perseguimento di un modello troppo distante da sé non sia un sacrificio troppo pesante? Dove risiede il valore di ogni singola donna? Fuori da sé, nel modello, o dentro di sé, nella comprensione della propria totalità, armonia? E gli uomini, quanto grava anche su di loro il peso degli stereotipi, sia quelli a cui sono soggetti, sia quelli che, anche in maniera inconsapevole, impongono alle donne? Non sarebbero anche loro più felici se le loro madri, sorelle, amiche, mogli, figlie – e loro stessi – fossero più autenticamente, semplicemente sé stesse?

Io sono bellissima in Vietnam: cos’è

Quando una donna è bella? Quando il proprio aspetto, il proprio comportamento si conforma allo stereotipo o quando scopre di essere unica e irripetibile, una totalità capace di dare suoi contributi autonomi, di vivere sé stessa? Insomma, una donna è bella se assomiglia a una bambola o se riesce a mostrare con sicurezza ed allegria la propria autenticità, fatta di imperfezioni?

Partendo da queste riflessioni, il concorso chiede alle donne vietnamite di rispondere a modo loro a questa domanda: quando ti sei scoperta bellissima?

Il concorso si articola in tre sezioni, che riprendono il progetto di Loredana De Vitis:

  • Immagini bellissime: fotografie, collage o altre tecniche miste;
  • Parole bellissime: riflessioni critiche sui temi sopra esposti (max 1000 parole);
  • Bellissime raccontano: narrazioni in forma di racconto della propria esperienza di “essere bellissima” (max 1000 parole).

Ogni partecipante potrà inviare massimo un’ opera per ogni sezione. I testi possono essere scritti in lingua vietnamita, italiana o inglese.

Il concorso prevede l’assegnazione di premi mensili e di un premio finale. La vincitrice del premio finale sarà proclamata durante l’inaugurazione della mostra di Loredana De Vitis, il 20 ottobre 2012giornata della donna vietnamita – in cui le opere dell’autrice italiana saranno esposte insieme a quelle vincitrici del concorso vietnamita.

Io sono bellissima in Vietnam: cosa non è

Non si tratta di un concorso di bellezza. Non verranno prese in considerazione immagini o contributi testuali che ripropongano un’immagine stereotipata della bellezza femminile. Non si chiede alle partecipanti al concorso di “mostrare se stesse” in modo conforme a un modello, ma di scoprire se stesse e la bellezza unica e irripetibile che ciascuna possiede. Non si tratta di una critica distruttiva. Non si chiede ai contributi di fare un elenco dei disagi di ogni donna, né di criticare modelli sociali imposti. Si chiede, invece, di passare dal ruolo di “vittime”, che si lamentano ma che ripropongono comunque lo stereotipo a quello di “protagoniste”, artefici della propria idea di bellezza. Si chiede alle opere di essere, soprattutto, ironiche, nella certezza che ridere sia il modo migliore di articolare critiche costruttive, che possano portare ad una maggiore armonia tra i generi, nella famiglia, nella società.

Una prospettiva interculturale

L’evento Io sono bellissima si caratterizza per una dimensione interculturale. Nella convinzione di affrontare una questione globale, comune alla gran parte dei paesi nel mondo, si muove nella direzione di esplorare il modo particolare, locale, in cui tale problematica si declina. Per questa ragione Y-Viet conta tra gli organizzatori dell’evento esperti italiani e vietnamiti, che lavorano insieme per calare il progetto di Loredana De Vitis all’interno del contesto vietnamita. Questo non significa solo tradurre letteralmente dei testi, ma capire come e dove risieda la specificità delle problematiche e delle risposte delle donne vietnamite, nella convinzione che questo dialogo possa portare notevoli contributi al livello globale.
Si tratta, in sintesi, di un’occasione di confronto di ciascuna donna con se stessa e di un confronto interculturale tra donne appartenenti a culture diverse, per rendere più ricco, autentico e vivibile il concetto di bellezza.

L’idea piace. Incredibilmente – per un’italiana abituata tristemente al livello del giornalismo nostrano – arrivano non solo domande pertinenti e intelligenti da parte dei giornalisti, ma anche attive proposte di aiuto, consigli preziosi. Il reporter di The Voice of Vietnam, radio storica del partito, mi trattiene in una lunghissima intervista, in cui passiamo attraverso stereotipi vecchi e nuovi sulle donne vietnamite, il loro ruolo, le loro aspettative, ci divertiamo a distruggerli, a trasformarli, esplorando la questione con moto circolare, come si fa da queste parti.

A titolo di esempio, uno scambio di battute.
- Reporter: “Un proverbio vietnamita dice che un re ha bisogno di 5 donne: una che gli massaggi i piedi, una la testa, una che cucini, una che lo lavi e una che… un uomo, dunque, vale 5 donne, come re della casa”, mi provoca. Ma è un ragazzo simpatico e in gamba, so che lo fa apposta, per aiutarci.
- Io: “Ho una figlia di quasi 2 anni. Mi sento una madre realizzata quando vedo mia figlia conquistare autonomia e sicurezza, essere in grado di cercare e ottenere la sua felicità con le sue capacità. Dal suo esempio, mi sembra che il re di cui si parla è più incapace di una bambina di 2 anni”.
Ridiamo insieme.

Una conferenza stampa non basta. I giornalisti ci chiedono maggiori notizie. Thuy si attiva come un tornado, e per il sabato successivo ecco pronta un’altra conferenza stampa. Da Paolo. All’appello: 14 giornalisti; 2 televisioni nazionali; gli sponsor (aumentati nel numero e nei premi messi a disposizione); una rappresentante dei vertici della Vietnamese Women’s Union; noi tre più Anh Ngoc (Stefano), Roberto e Iris sempre al piano di sotto; caffè, thè freddo, budini al cioccolato, torta al caffè e biscotti secchi. L’evento prende dimensioni sempre più grandi e insperate. La sua diffusione viaggia sul cartaceo, via radio, via cavo e via internet. Sulla pagina di facebook dedicata ad Y-Viet postiamo un’approssimativa rassegna stampa, ma non riusciamo a raccogliere tutto.

Ed è solo l’inizio…
Ah, mi devo ricordare di avvisare Loredana di tutto ciò, prima che arrivi ad ottobre.

Alessandra Chiricosta

 

a eccezione della prima, le immagini sono tratte da questo servizio

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piacere, io sono bellissima

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Di ritorno da Roma Annarita, una mia cara amica, mi telefona e racconta: “Ho incontrato una persona meravigliosa che porta in giro per l’Italia un progetto speciale… ti piacerà senz’altro! Ah, ti ho portato l’adesivo”. Il giorno dopo ci vediamo, mi parla del progetto che, ovviamente, come mi aveva preannunciato, mi piace e tanto e, alla fine del nostro incontro, mi regala il famoso adesivo con su scritto “io sono bellissima”.

Bene, l’adesivo. L’avevo tra le mani, lo giravo e rigiravo e ancora e ancora. Poi ho pensato: è vero, è proprio così, anche io sono bellissima… non devo dimenticarlo. Allora volevo metterlo in un posto dove potesse essere visibile ogni giorno e tutte le volte doveva essere lì a ricordarmi che sono bellissima e che tutto il resto non conta. Quale resto? L’altezza, le misure, la cellulite, il poco seno, il bacino largo, la pancetta eccetera. Così l’adesivo ha trovato il suo posto sullo specchio della mia stanza e per il primo periodo tutte le mattine lo guardavo, sorridevo e guardavo me allo specchio compiaciuta… io sono bellissima, e la giornata poteva cominciare. Così l’idea si è fatta spazio dentro di me e ora tutte le volte che mi sembra di dimenticare quanto io sia bellissima, l’adesivo è lì a ricordarmelo.

Dopo l’adesivo anche il progetto è approdato a Manfredonia e ha trovato il suo posto nella mente e nel cuore di tutte le donne che hanno avuto il piacere di viverlo. Sì, perché è un breve percorso che ti porta, in maniera quasi inconsapevole, a riflettere su te stessa.

Prima ti incuriosisce.
Dopo ti diverti.
Alla fine ti riconosci e scopri che anche tu sei bellissima.

Quindi è stato emozionante ricevere l’adesivo, vivere il progetto e conoscere Loredana il cui incontro è stato di quelli memorabili…

Loredana: «Ciao, sono Loredana».
Io: «Ciao, io sono Bellissima».

Raffaela Di Noia

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percorrere la libertà politica di dire ‘io sono bellissima’

By iosonobellissima  //  parole bellissime  //  No Comments

Ho invitato Loredana a intervenire con il suo “Io sono bellissima” al seminario di studio della Conferenza nazionale dei Comitati Pari Opportunità delle Università italiane, che si è tenuto a Lecce il 24 e 25 novembre scorso nella sala consiliare dell’Università del Salento. Le ho chiesto di gestire a suo piacere uno spazio, un intermezzo, all’interno di queste giornate di approfondimento e di confronto che avevano origine dalle modificazioni di norme che riguardano chi opera negli organismi di parità. “Quale transizione per gli organismi di parità delle Università italiane? Una riflessione sulla normativa e sui nuovi modelli organizzativi”: le norme sono la forma sulla quale  dobbiamo o dovremmo modellarci; a volte il compito delle norme è sistematizzare ciò che esiste, a volte invece derivano da modelli astratti.

Loredana interviene e parla di corpi delle donne, e parla della dittatura di regole, di canoni che diventano modelli imperativi, che condizionano, che impongono diktat, pena lo spettro del fallimento, della marginalizzazione di chi non sottostà alla limitazione delle scelte percorribili, all’adeguamento a pochi modelli di femminilità dominanti. Loredana lo fa con ironia, leggerezza e sapienza; spiega come lei sia bellissima, come tutte possiamo essere bellissime. Bellissima significa ri-conoscere l’unicità, la differenza che parla all’altra/o e che rende possibile la comunicazione, l’incontro.

Le convegniste si stupiscono? Non troppo. Si parla di tante di noi, la cosa ci riguarda, c’è sintonia. Siamo bellissime, abbiamo inteso.

Cerco Loredana non come scrittrice, non come una che lavora nella comunicazione. Cerco Loredana perché è lei. All’interno del nostro seminario, attraverso un momento di divertissement, è cambiata la modalità ma gli scenari sono assimilabili. E se nei modelli proposti non troviamo quello che ci calza a pennello? E se ciascuna indossa il suo invece di andare al mercato dell’omologazione (dei corpi ma anche dei comportamenti)?

E anche: dobbiamo proprio abitare norme, codici scritti e non che dimenticano molto di quella vita vissuta che noi ci abbiamo messo dentro? Come dice Loredana, non dobbiamo, per essere legittimate ad avere ascolto, indossare il corpo che altri decidono. Possiamo percorrere la libertà politica di dire ‘io sono bellissima’, io sono qui per capire e scegliere. E possiamo dire: io qui non riesco ad abitarci, ma non perché non ne sarei capace, ma perché non mi somiglia per niente e questo non va bene.

Donatella Grasso