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Monica Romano per S/oggett/E

By iosonobellissima  //  immagini bellissime  //  No Comments

Monica Romano con Francesca SperanzaIn otto scatti ha scelto di mettere in discussione la rigidità degli stessi concetti di “posa” e di “bellezza”, ritraendo sorridenti e giocose un gruppo di persone down con le loro assistenti. Si chiama Monica Romano e ha partecipato a S/oggett/E.

Monica, raccontaci com’è cominciato il processo creativo nel laboratorio con Francesca Speranza.
La fase laboratoriale è stata importante e interessante, ci siamo incontrate per condividere il progetto e soprattutto per individuare un denominatore comune. La produzione fotografica è stata poi realizzata individualmente. A Francesca Speranza riconosco la capacità di averci fatto vivere questa esperienza in totale serenità e libertà creativa. Con lei e le altre artiste ho condiviso idee e pareri sulla personale interpretazione di alcune artiste contemporanee, tra le quali Francesca Woodman, sul tema della “bellezza” femminile con l’uso del linguaggio della fotografia, del mezzo fotografico e dell’autoritratto.

Come t’è venuta l’idea di lavorare con le persone down?
Ho sempre avuto le idee molto chiare sul chi, sapevo insomma molto bene su chi rivolgere la mia ricerca fotografica per l’interpretazione personale del tema “Io sono bellissima”, ma solo dopo la prima fase di confronto e di laboratorio ho tracciato il percorso da seguire. Sono partita da un’esperienza personale e professionale fatta molti anni fa con un bambino affetto da ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività), durante la quale ho avuto modo di imparare a leggere nei occhi di chi vive sulla propria pelle un disagio sociale una nuova espressione di “bellezza”: una bellezza interiore, non visibile, latente, lontana dai canoni e dagli stereotipi che la modernità e il consumismo mi avevano abituato a pensare. Nel ricordo di questa bellissima esperienza, e nella realizzazione del progetto, ho scoperto uno degli aspetti più interessanti e più belli della fotografia, quello di costruire prima dello scatto una relazione con il soggetto fotografato. Lo scatto è la fase finale di questa esperienza vissuta, e in qualche modo deve avere la forza di raccontarla tutta.

E poi cosa è accaduto?
Mi sono rivolta all’Associazione Italiana Persone Down di Brindisi. Sono stata da loro per circa venti giorni; si trattava di vivere con loro un’esperienza, instaurare una relazione di amicizia e di condivisione. In ogni occasione d’incontro ho scattato delle foto, ma in ognuna di esse non si leggeva questa relazione, non raccontavano l’esperienza che stavo vivendo. Gli scatti finali nascono proprio nella fase di maturazione di questa relazione.

Ci sono state difficoltà?
Molte, mi sono dovuta relazionare con vari gradi di disabilità e non è stato facile lavorare con alcuni di loro. Mi sono state di aiuto le assistenti sociali, che erano sempre presenti e collaborative. Mi ha sorpreso il desiderio diffuso di realizzare tutti assieme qualcosa di importante, spontaneo, bello e capace di raccontare una delle tante facce della “bellezza”.

Cosa ti è rimasto di questa esperienza?
Sicuramente un arricchimento culturale, una soddisfazione personale che nasce e si rivela grazie all’esperienza vissuta con i ragazzi. Il risultato più bello di questo lavoro non lo si percepisce nella sua complessità e nella sua totalità da queste immagini, è anche questo un limite della fotografia. Con questo lavoro ho cercato di raccontare una bellissima esperienza di condivisione e di divertimento, dove i soggetti fotografati esprimono, con i loro atteggiamenti e i sorrisi, il desiderio di mostrare all’osservatore la personale relazione con gli strumenti di creazione della bellezza come valore sociale.

L’arte può essere un’arma contro le brutture del mondo. Condividi l’idea della rassegna?
Dipende da come viene usata. Nel contesto in cui viviamo, per esempio, la fotografia viene strumentalizzata e l’effetto che si ha è proprio quello contrario. Però ci si può lavorare!

(a cura di Loredana De Vitis)

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